Scavi della Università degli Studi di Urbino e Soprintendenza archeologica delle Marche
Calmazzo stato attuale dell'area archeologica
È opinione condivisa che in età romana a Calmazzo si trovasse un piccolo centro abitato, un vicus formatosi nella zona in cui dalla Flaminia si staccava un’importante strada che portava alla media e alta valle del Metauro, dove si trovavano i centri di Urvinum Mataurense (Urbino), Firmidianum (Fermignano) e Tifernum Mataurense (Sant’Angelo in Vado). Resta forse il nome (Sattianum ?) in un'epigrafe (ora nel museo di Fossombrone). Piuttosto scarsa è la documentazione archeologica relativa agli edifici del vicus che ne attesta una fase di massima vitalità tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C.. Da ricordare i materiali venuti in luce alla fine dell’Ottocento durante la costruzione della casa del medico − ora adibita a scuola elementare − e le epigrafi e i reperti architettonici un tempo conservati nella distrutta Chiesa di Santa Maria di Pontemoro. Di maggiore consistenza sono, invece, i ritrovamenti relativi a necropoli. Recentemente, durante i lavori di costruzione della moderna chiesa parrocchiale gli archeologi dell’Università di Urbino hanno messo in luce il recinto funerario della gens Cissonia. Si tratta di una vera e propria “tomba di famiglia” di età romana imperiale, che occupa un’area di forma rettangolare ampia circa 135 mq e delimitata da un cordolo lavorato in pietra. Sul cordolo si impostava una recinzione anch’esse in pietra e costituita da lastre rette da cippetti a sommità arrotondata. La recinzione è in gran parte andata perduta e ne rimangono ora solo alcuni elementi. L’ingresso al recinto si trovava sul lato orientale ed era segnato da una soglia. All’interno si trovavano le tombe dei membri della gens Cissonia, una famiglia sicuramente dotata di buone possibilità economiche; i segnacoli funerari di maggior evidenza sono le due are funerarie in marmo. Fra queste e il lato settentrionale del recinto sono state messe in luce tre sepolture: una a cremazione e due a inumazione. Una delle inumazioni era in una cassa in lastre di pietra di corniola e aveva un corredo composto da cinque balsamari e un collare d’oro, ora esposti nel vicino Museo Civico “A. Vernarecci” di Fossombrone. Nelle altre due tombe va segnalata la presenza del cosiddetto “tubo libatorio” costituito da coppi in laterizio infissi verticalmente sopra la sepoltura. I parenti potevano così far giungere al proprio congiunto le libagioni e le offerte, versandole in questo condotto che emergeva fuori terra. Altre cremazioni sono state individuate anche nell’angolo di nord−ovest del recinto, dove lo scavo ha messo in luce numerose olle e piccole anfore, ormai in frammenti, con ceneri e ossa semicombuste. Il recinto funerario della gens Cissonia è stato restaurato e l’intera area sistemata e protetta da una elegante tettoia che ne consente la conservazione e la visita. Un’altra importante area sepolcrale è stata messa in luce in località Ponterotto a circa un km a est di Calmazzo. In una epigrafe lì rinvenuta è ricordato un sodalicium Apollinense Sattianense, un collegium che aveva il compito di promuovere il culto di Apollo e che in quella necropoli, nel terreno donato da Gavius Rufius Bassus, assicurava un’onorevole sepoltura ai propri soci defunti. L’appellativo alla divinità, altrove non attestato, ha portato a ipotizzare che in età romana Calmazzo si chiamasse Sattianum, un toponimo che rimanda al gentilizio Sattius, secondo la diffusa tipologia dei prediali. Una delle are funerarie rinvenute nel recinto.
(Paolo Campagnoli)